Tristemente alcuni hanno fallito. - S.E. Mons. John Mayers - Arcivescovo di Newark - Usa

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S.E. Mons. John Mayers - Arcivescovo di Newark - Usa
Uno dei più grandi doni che è stato dato alla famiglia umana è il dono della sessualità umana è un dono sacro attraverso il quale l’uomo e la donna si uniscono per formare la famiglia, le fondamenta di tutte le civiltà e di tutte le culture.
La sessualità è il dono di avere dei bambini. n molte società nel mondo sia ricche che povere la sessualità umana non è rispettata, non è valorizzata e diventa un modo di approfittare degli altri.
Chi è che fa parte della Chiesa, coloro che sono preti e vescovi offrono il loro celibato a Dio e agli altri e le persone hanno il diritto di avere l’aspettativa che vivano secondo questa grande responsabilità.
Tristemente alcuni hanno fallito. Questo è un peccato terribile e anche qualcosa che lascia ferite profonde nei cuori e nell’anima e nella psiche di coloro di cui si è approfittato e così è responsabilità della chiesa di chiamarci tutti alla castità. Questo è un richiamo alla santità che il Santo Padre ha fatto per tutti i preti in tutto il mondo e a tutti i cattolici: che vivano la castità come è detto nel 6° comandamento.
Preghiamo per poter essere sempre così ed essere così sempre meglio.

Tra i poveri delle Favelas. San Salvador, Brasile.

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San Salvador, in Brasile, è la Domenica delle Palme. La processione è una delle più famose e animate processioni di tutto il mondo. È un grande incontro di Fede vissuto da tutti con trasporto e tanta musica. Il vescovo che apre la processione è chiamato da tutti, con familiarità, Don Dominique.
Lui ha scelto da tempo di vivere tra i poveri delle Favelas. Il Vescovo dorme per terra e divide il cibo con tutti. Vive in povertà assoluta ed assiste, con la Sua piccola comunità missionaria, i più disperati tra i disperati. Don Dominique ha origini francesi. Il suo centro si chiama Casa Bernadette!

S.E.Mons. Dominique Younel – Vescovo Ausiliare S. Salvador de Bahia - Brasile
Questa è la “Casa Bernadette” dove abito da otto anni. Sono stato Parroco qui per 10 anni ed ora sono il Vescovo Ausiliare di Salvador.
In questa casa sviluppano alcuni progetti pastorali con le ragazze della favelas, tutte molto giovani
In questo piano della casa vivono quelli che appartengono alla comunità. Dormiamo sul pavimento allo stesso modo in cui vive la comunità locale. Per essere vicini alle ragazze alle quali la nostra opera si rivolge, bisogna anche condividere le loro sofferenze. Come la passione di Gesù Cristo che contempliamo nel Santissimo Sacramento.
Tutto qui è molto semplice ed umile.
Anche la parrocchia locale, che può essere paragonata alle parrocchie dalla Polonia durante il regime comunista. È un spazio di libertà, dove un giovane può crescere e svilupparsi d’accordo con la propria volontà, e non sotto la volontà dei trafficanti di droga ed i protettori della prostituzione.

Non potete immaginare…come si muore, qui nello slum.

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Ma per capire e farvi toccare con mano il dramma quotidiano della miseria delle grandi città africane siamo entrati dentro la baraccopoli, lo slum a Nairobi, dove vivono ammassate in terribili condizioni migliaia e migliaia di persone. Niente strade, niente acqua, niente elettricità. Niente scuole, niente servizi igienici. Nessuna assistenza medica. Si vive di illegalità, di rifiuti, di prostituzione.

La vita qui non è più un valore. La vita? Siamo qui perché anche voi, conoscendo queste condizioni di miseria estrema, vi possiate rendere conto da quale catastrofe fuggono milioni di creature verso i paesi della ricchezza.

Marta - Slum di Nairobi - Kenia
Mi chiamo Marta, e vivo qui nello “slum”. La vita qui è molto dura, la gente cerca di sopravvivere, in condizioni terribili.La maggior parte dei bambini non frequenta la scuola, il loro sostentamento dipende da alcuni cosiddetti benefattori che vengono e portano i bambini a scuola. Però alcuni di questi benefattori, che prendono i bambini li usano. Qui abbiamo quasi tutti l’AIDS, la vita è terribile, non potete immaginare, non come si vive… perché questa non è vita! non potete immaginare…….come si muore…qui!…nello slum.

Nulla da vendere. Solo se stesse.

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In Kenia a Nairobi un gruppo di suore, giovani e determinate, aiutano, rischiando anche le loro vite, proprio quelle donne che non hanno nulla da vendere se non se stesse. Problemi di ogni tipo anche legati alle gravidanze portate avanti nonostante l’ostilità, l’indifferenza dei loro sfruttatori. Sono donne abbandonate e alla deriva. Disperatamente povere. Sole.

Centro delle Suore della Misericordia – Nairobi - Kenia
Mi chiamo Penny. Sono nata fra i baraccati che si chiamano Ikulu. Mio padre sposò come seconda moglie una donna ugandese che era siero positiva e che le trasmise l’infezione, e così a mia madre che ora ha l’AIDS.
Mio padre, ci abbandonò quando io rimasi incinta, ed anche l’uomo che stava con me è fuggito.
Ora sono qui per ora nel Centro delle Suore della Misericordia che provvedono al cibo e a quanto io ed il bambino abbiamo bisogno, ma dopo non so dove andrò, e come potrò prendermi cura di mio figlio.

Don Oreste Benzi

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Don Oreste Benzi – Associazione Papa Giovanni XXIII - Italia

Mi chiedono: cosa ne pensi tu delle prostitute. Io rispondo: nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcuno che la fa diventare o qualche situazione che la induce. Voi che mi leggete: se avete delle figlie di 14, 15, 16 anni, e le guardate in volto nel fiore della giovinezza, potete mai pensare che quella vostra figlia è destinata a fare la prostituta. E voi direste “no!” con orrore. Se voi vedeste sulla strada una vostra bambina, che è stata rapita, costretta a vendere il suo corpo per riempire le tasche del criminale che la prende e la vedeste circuita da un cliente, voi cosa fareste? Non andreste a liberarla? Voi tacereste?
Diceva bene Martin Luther King: “io non ho paura della cattiveria dei malvagi. Io ho paura del silenzio degli onesti”.
La donna è sempre vittima, sempre.
Voi direte: ah, don Oreste, vengono qui da noi tutte liberamente, vengono a fare soldi.
No! non è vero! non è vero!
Noi ne abbiamo, dal ’90 ad oggi, liberate più di quattro mila.
Attualmente ne abbiamo 450 nelle nostre strutture, le conosciamo in fondo.
Se voi andate per la strade, le interrogate, vi dicono tutte che loro sono libere, sono lì per divertirsi, che i soldi li hanno, son tutti loro i soldi che hanno: tutte vi diranno così. Perché i loro criminali mandano degli italiani, dei collaboratori, i quali vanno e chiedono se è libera o se no. Se le ragazze dicono che sono sfruttate, vengono bastonate, perché questi collaboratori vanno a dire al magnaccia cosa hanno detto.
Questo è il loro lavoro!
La donna è sfruttata. Il primo criminale è il cliente!
Perché il primo criminale è il cliente?
Perché se non ci fosse lui che chiede di andare a sfogare se stesso con il corpo di un’altra donna e pagata, non ci sarebbe questo commercio spaventoso delle donne, la tratta di queste creature sofferenti.
Ma lo capite che roba?!
Ma il cliente va punito! Perché il male che viene fatto a queste creature che si sentono strumento della passione fisiologica dell’uomo non passerà mai più.
Quante ragazze noi le troviamo ferite per sempre.
Ma ricordatevi che chi tace sull’iniquità e sull’ingiustizia ne è colpevole

Africa: la donna

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La donna e gli altri

In gran parte dell’Africa la donna è ancora merce di scambio. La sessualità è vissuta nella dimensione del baratto. Io ti do questo e tu mi dai lei, e lei sarà mia finché io vorrò e come io vorrò.
Nella miseria e nel sottosviluppo di questi territori, i comandamenti come “non commettere atti impuri”, “non desiderare la donna d’altri”, già difficili da accettare nelle grandi società della ricchezza, qui diventano precetti incomprensibili.
Il lavoro dei missionari in queste terre è molto difficile. Il rispetto della donna, la tutela dei suoi diritti: sono imprese titaniche.


luca de mata

Svegliata sono stata vestita e mandata sulla strada

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Ragazza
Menata. Insanguinata. Seduta sul marciapiede: i clienti passavano e non si fermavano vedendomi in quello stato. Ero contenta da un lato perché in quel modo non andavo con loro, dall’altro tremavo dalla paura. Era notte fonda. Sola. Sulla strada, non riuscivo a controllarmi. D’un tratto si avvicina una macchina. Era un ragazzo giovane. Mi mostra il distintivo. Era un carabiniere. Mi dice: - “Sali e fai finta che sia un cliente” -. Lì giravano in macchina le stesse persone che mi avevano rapito. Quel distintivo, fu un lampo di luce, una speranza. Salii in macchina e andammo alla stazione dai carabinieri. Denunciai tutti e dissi delle altre ragazze che possedevano nell’appartamento. Altre quattro. Tutte giovani come me. Quella sera i carabinieri li arrestarono tutti e liberarono le altre. Mi portarono in ospedale: avevo il setto nasale rotto e quattro punti sulla coscia destra per le coltellate. Non erano queste le ferite che mi facevano male. Era la violenza che avevo subito. Ricordo e sto male. Le suore e l’altra gente che ho avuto vicino mi ha fatto andare avanti. Spero che le ragazze che hanno subito una violenza come me, o la subiscono ancora oggi, abbiano il coraggio di denunciare gli sfruttatori. Ogni donna è un essere umano e l’uomo non può trattarla come un oggetto, decidere il suo destino.
È colpa proprio della gente che ci va: leviamo i clienti dalla strada. Da quel momento non ci sarà più la prostituzione, sono loro i responsabili. Un business che dipende solo da loro. Il male fa male. Io tuttora ricordo i dolori ma vado avanti. Se sono riuscita a sopravvivere a tutto il male che mi hanno fatto riuscirò ad andare avanti, ed anche più in alto

Don Oreste Benzi – Associazione Papa Giovanni XXIII - Italia

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Don Oreste Benzi – Associazione Papa Giovanni XXIII - Italia

Mi chiedono: cosa ne pensi tu delle prostitute. Io rispondo: nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcuno che la fa diventare o qualche situazione che la induce. Voi che mi leggete: se avete delle figlie di 14, 15, 16 anni, e le guardate in volto nel fiore della giovinezza, potete mai pensare che quella vostra figlia è destinata a fare la prostituta. E voi direste “no!” con orrore. Se voi vedeste sulla strada una vostra bambina, che è stata rapita, costretta a vendere il suo corpo per riempire le tasche del criminale che la prende e la vedeste circuita da un cliente, voi cosa fareste? Non andreste a liberare? Voi tacereste? Diceva bene Martin Luther King: “io non ho paura della cattiveria dei malvagi. Io ho paura del silenzio degli onesti”. Allora, la donna è sempre vittima, sempre. Voi direte: ah, don Oreste, vengono tutte liberamente, vengono a fare soldi. No, non è vero, non è vero. Noi ne abbiamo, dal ’90 ad oggi, ne abbiamo liberate più di quattro mila; attualmente ne abbiamo 450 nelle nostre strutture, le conosciamo in fondo. Se voi andate per la strade, le interrogate, vi dicono tutte che loro sono libere, sono lì per divertirsi, che i soldi li hanno, son tutti loro i soldi che hanno: tutto vi diranno così. Perché i loro criminali mandano degli italiani, dei collaboratori, i quali vanno e chiedono se è libera o se no. Se loro dicono, le ragazze dicono che sono sfruttate, quando vanno a casa vengono bastonate, perché questi collaboratori vanno a dire al magnaccia cosa ha detto lei. Questo è il lavoro. La donna comunque in qualunque situazione si trovi è sempre una donna sfruttata. Invece il primo criminale è il cliente. Perché il primo criminale è il cliente? Perché se non ci fosse lui che chiede di andare a sfogare se stesso con il corpo di un’altra donna e pagata, non ci sarebbe questo commercio spaventoso delle donne, questa tratta di queste creature sofferenti. Ma lo capite che roba?! Ma il cliente va punito! Perché il male che viene fatto a queste creature che si sentono strumento della passione fisiologica dell’uomo non passerà mai più. Quante ragazze noi troviamo ferite per sempre. Ma ricordatevi che chi tace sull’iniquità e sull’ingiustizia ne è colpevole